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INTERVISTA A DAVIDE SACCO - di Francesco Bettin
Autore e regista dei suoi spettacoli, (Napoleone, La morte di Dio, Il medico dei maiali, Titus, Falstaff e molto altro), e direttore artistico assieme a Francesco Montanari del festival Narni Città Teatro, Davide Sacco è uno degli artisti più innovativi e interessanti che il teatro in questi anni ci sta dando. Visionario, sperimentatore, dà importanza particolare alla parola e agli attori ma è anche attentissimo scrutatore della visione d’insieme sulla scena, e per la scena. Il 12 luglio a Napoli, al Campania Teatro Festival cura testo e regia di Lettera di una sconosciuta, da Stefan Zweig, con protagonista Giordana Faggiano, e qualche giorno prima, il 9 e il 10, al teatro Romano di Verona dirige Tito Andronico, ripresa dello spettacolo tratto da Shakespeare e firmato da lui, in una rilettura appassionata, travolgente. Un autore e regista determinato, sempre molto in corsa, che ci racconta com’è la sua visione sul teatro oggi. Cosa ti ha portato a scegliere per il Campania Teatro Festival il testo di Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta, e adattarlo per il teatro?E’ stato durante una chiacchierata con l’attrice Giordana Faggiano (che è la protagonista, ndr), un testo che la appassionava molto, e devo dire che anche a me è piaciuto subito. Ne ho rifatto la riscrittura, come faccio per tutti i miei spettacoli. Il punto di partenza per me, dunque, è lasciare, diciamo, l’autore, per poter raccontare una storia che mi appartiene di più, che sento più mia, e che mi risuona dentro in una maniera un po’ più precisa, più addosso, ecco. Contemporaneamente o quasi è in scena al teatro Romano di Verona il 9 e 10 luglio per l’estate Teatrale Veronese il Tito Andronico, con Francesco Montanari e Marianella Bargilli. Nei tuoi lavori teatrali si nota una predisposizione particolare per la parola come forma espressiva primaria, e un’attenzione per il tema del potere, il suo abuso...Sì, sul potere e il suo abuso, giusto. E più in generale voglio approfondire il rapporto tra lo stesso e la dittatura, elementi che trovo molto interessanti. E lo stesso riguarda il lavoro che faccio sulla parola, del resto credo di fare proprio un teatro improntato su di essa, una ricerca sulla parola e il senso per cui si dice. Un rapporto sul suono e chi lo mette in pratica, cioè gli attori. Che è un confronto importante, perchè riguarda come si può tirar fuori la versione migliore della materia umana che in quel momento sto, appunto, dirigendo. E’ un tipo di lavoro che a me interessa parecchio, un lavoro concreto sugli attori. Sei considerato un regista di talento, che sa guardare oltre, per dire. I tuoi spettacoli incontrano sempre i favori del pubblico e della critica, e anche Il medico dei maiali, con Francesco Montanari e Luca Bizzarri, è stato molto apprezzato nell’ultima stagione. Che poi è contenuto nel tuo libro La ballata degli uomini bestia, assieme a Sesto potere e a L’uomo più crudele del mondo.E’ una trilogia di testi sul rapporto tra il potere e l’uomo, e le varie versioni che il potere ha, su come può agire allìinterno di meccanismi e situazioni diversi. Una ricerca che marca sull’azione potente e prepotente del potere del singolo sugli eventi e le vite degli altri. Un tema peraltro attualissimo, basta vedere il mondo come gira...Hanno provato in tanti a definire il tuo modo di lavorare: innovativo, graffiante. Tu come definiresti il tuo teatro, in poche parole?Anche per me è complesso definirlo perchè sono un animale in evoluzione, come tutti quanti noi, come gli esseri umani in generale. Sicuramente il mio percorso artistico è interessato a tutto quello che ha a che fare con una reale relazione tra uomini. Se c’è una relazione tra attore, spettacolo e spettatore, ugualmente ce l’ha il teatro che agisce nella relazione, in un confronto tra due esseri umani sul palcoscenico. E quando parlo di esseri umani non lo dico in maniera scontata, pensando all’attore, al meccanismo teatrale, che piuttosto appartiene alla sua formazione, al suo percorso, al talento che ha, eccetera. Piuttosto cerco la relazione e l’azione umana che si scatena e scaturisce da due persone e solo in quel momento. Quindi, il mio è un lavoro che potrei dire, senza menarla troppo, che è anche rischioso perchè non è un teatro fatto di confezionamenti, ma che agisce l’imprevedibile, perchè è l’uomo che lo è, imprevedibile. L’uomo che agisce quel testo, quella parola e quel movimento è un animale per fortuna imprevedibile. E quella determinata replica diventerà, in quella maniera, un accadimento teatrale. Un qualcosa che non è veramente replicabile, perchè quella persona da replica a replica è cambiato e cambia, proprio come essere umano. Contemporaneamente è una grande libertà e in egual misura anche il suo contrario, però è proprio questa, secondo me la parte più divertente del fare teatro. Una reale democrazia culturale. Con Francesco Montanari, con cui dirigi Narni Città Teatro, e il Teatro Manini della stessa cittadina, c’è una collaborazione molto attiva
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