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Dal femminicidio all
La triste conta sale a 17 femminicidi registrati in Svizzera dall’inizio dell’anno. L’ultima vittima è stata uccisa pochi giorni fa in Ticino: è la terza donna a perdere la vita per violenza di genere nel nostro Cantone nel 2026. Un femminicidio che riporta al centro dell’attenzione una realtà che non può essere letta come un fatto privato né come un improvviso “dramma passionale”. La violenza contro le donne affonda le sue radici in dinamiche di potere, controllo e negazione dell’autodeterminazione femminile. Il femminicidio è la negazione radicale della libertà di una donna di scegliere per sé. La questione dell’autonomia femminile attraversa però la storia da molto più lontano. Non riguarda soltanto il diritto a vivere senza paura, ma anche il riconoscimento del valore delle attività svolte dalle donne, del loro tempo, del loro lavoro e del loro contributo alla società. Prendiamo ad esempio la cura, cui sarà dedicato lo sciopero femminista del 2027, che viene raccontata come un gesto d’amore, una vocazione, una predisposizione femminile. Ma dietro questa narrazione si nasconde una realtà economica e politica: un’enorme quantità di lavoro non riconosciuto, che incide sulle possibilità delle donne di costruire la propria indipendenza, accedere al potere, disporre del proprio tempo. La domanda è quindi strutturale: come può ciò che sostiene l’intera società continuare a essere trattato come una questione privata? Una perdita storicaLa storica svizzera Caroline Arni, professoressa all’Università di Basilea, sposta il punto di osservazione indietro nel tempo. Nel suo lavoro sul femminismo proto-socialista mostra come la cura non sia sempre stata considerata invisibile.Già nell’Ottocento alcune protagoniste dei primi movimenti femministi e socialisti avevano individuato il nodo centrale: maternità e lavoro domestico non erano semplicemente espressioni di una natura femminile, ma attività che richiedevano tempo, energia e competenze e che, proprio per questo, producevano valore. Le autrici della rivista La femme libre, pubblicata a Parigi nel 1832, arrivarono a formulare una vera e propria economia politica della maternità. La cura dei figli e il lavoro domestico venivano interpretati come lavoro produttivo, meritevole di riconoscimento economico per garantire alle donne indipendenza dal matrimonio e dal lavoro salariato.Poi qualcosa si spezza. Con la separazione tra produzione e riproduzione, il lavoro domestico perde progressivamente il suo valore economico e viene ricondotto alla sfera del naturale, del privato, del femminile. La domanda, per la storica, si rovescia: non quando la cura è diventata una questione politica, ma quando è stata sottratta a questa dimensione. Un conflitto che ritornaAncora oggi il lavoro di cura continua a determinare una parte importante della disuguaglianza di genere. Invisibile quando non è pagato, svalutato quando viene riconosciuto.Le politiche di parità hanno prodotto conquiste importanti, ma spesso hanno agito sui margini senza mettere in discussione la struttura profonda: una società che continua a dipendere da un’enorme quantità di lavoro femminile gratuito o scarsamente remunerato. Le riflessioni della storica Professoressa Arni, nel femminismo proto-socialista dell’Ottocento, la cura emerge come questione politica. In quale contesto avviene questa presa di coscienza? Le protagoniste delle prime correnti socialiste, attive a Parigi in quegli anni, quando teorizzano la loro teoria economica e politica della maternità, vanno oltre la narrazione culturale delle donne a casa a occuparsi dei figli e della gestione domestica. Hanno ben in chiaro che il carico imposto loro dalla società è, in realtà, una forma di lavoro e che, come ogni altra occupazione, merita una giusta remunerazione. Immaginano un reddito di sussistenza che renda le donne indipendenti sia dal matrimonio sia dal lavoro salariato. Come arrivano a definire la maternità un lavoro e non un dovere femminile?Il lavoro in questi movimenti è concepito come una combinazione di sforzo e creatività. Questo schema viene applicato anche alla maternità: le madri impiegano energie e producono qualcosa, cioè i figli. È interessante che questa attività venga considerata naturale, ma con un’idea di natura diversa dalla nostra. Queste femministe vedono già nella natura produttiva una fonte di valore economico. In Svizzera, quando nasce la consapevolezza del lavoro di cura come questione sociale e politica?Storicamente bisognerebbe piuttosto chiedersi quando questa
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