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basilica regina degli apostoli

09/06/2026 · Article 🕐 🆕 😊
«Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2,7). Siamo all’apice dell’opera creativa di Dio. Due le azioni: prima di tutto, Dio plasma l’uomo con la polvere del suolo, poi soffia il suo alito di vita nelle narici di Adamo. L’episodio, dal punto di vista della Bibbia, dice tre cose. La prima è che solo Dio ha creato l’uomo. Nessun altro. La parola “plasmò” traduce il termine ebraico yatsar, che significa “modellare, dare forma, plasmare”. Evoca l’immagine del vasaio che ha in mente una immagine e la realizza. «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte… come argilla mi hai plasmato… Di pelle e di carne mi hai rivestito, di ossa e di nervi mi hai intessuto» (Giobbe 10, 8-10); «Sei tu che hai creato i miei reni e mi hai intessuto nel grembo di mia madre... Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi» (Salmo 139, 13-16). In secondo luogo, Dio soffia il suo alito di vita nell’uomo. Era un corpo umano senza vita, disteso per terra. Dio si china, soffia il suo alito nelle narici dell’uomo, e immette la vita. E l’uomo diventa un nephesh hajjah, un “essere animato, che respira, consapevole di sé, vivente, capace di distinguere il bene dal male e di fare la scelta giusta”. Questo soffio di Dio non solo dà origine all’uomo, ma lo mantiene in vita. Giobbe dichiara: «Lo spirito di Dio mi ha creato e il soffio dell’Onnipotente mi fa vivere» (Giobbe 33,4), e sarà fedele a Dio «finché ci sarà in me un soffio di vita e l’alito di Dio nelle mie narici» (Giobbe 27,3). Il vescovo san Gregorio Nazianzeno, dottore e Padre della Chiesa, scrive nei suoi Discorsi (n. 14): «Riconosci l'originale della tua esistenza, del respiro, dell'intelligenza, della sapienza e, ciò che più conta, della conoscenza di Dio, della speranza del Regno dei cieli, dell'onore che condividi con gli angeli, della contemplazione della gloria… Riconosci, inoltre, che sei divenuto figlio di Dio, coerede di Cristo e, per usare un'immagine ardita, sei lo stesso Dio!» Non siamo solo “polvere”. Ci è stato dato l’alito divino, il soffio dello spirito divino. Dobbiamo scegliere se consentire al soffio di Dio di indicarci la strada da percorrere, o arrogarci il diritto di impossessarcene e crederci come Dio, autore della vita. In questo caso rimarremo vittime della nostra arroganza e dei nostri limiti. Andando al primo racconto della creazione dell’uomo, ci viene detto: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» (Genesi 1,31). Sei è il numero dell’uomo, creato alla fine del sesto giorno. E sei si riferisce all’uomo nel sesto comandamento (secondo Esodo 20,13 e Deuteronomio 5,17): “Non uccidere”. L’affermazione di Dio è diretta. Nessuna incertezza. Nessuna scappatoia. Tutela e difende quell’alito di vita che ha immesso nell’uomo, e che gli appartiene. Il sesto comandamento proibisce l’atto di disfarsi di un altro uomo. È un NO alla cultura della morte, della violenza, della cancellazione. Ed è un SÌ alla cultura della vita, quella propria e quella altrui. Ogni essere vivente è espressione della vita e dell’amore di Dio. Ma… guardiamoci intorno. Sembra che la vita non abbia più valore. Il potere prevale sulla vita. Anzi, si identifica la propria vita con la possibilità di dominare gli altri. E se l’altro non si lascia dominare, ecco la decisione di distruggerlo, di cancellarlo, di togliergli il soffio vitale di Dio. Prendendo il posto di Dio. E le armi giocano un ruolo importante. Ma cosa significa avere un’arma in mano? «(Al poligono) mi hanno detto di sdraiarmi a pancia in giù, appoggiare il calcio alla spalla e consumare l'intero caricatore. Ho preso la mira e ho sparato: Bum. Il mondo si è fermato e mi sono sentito maledettamente sveglio come poche volte capita nella vita. Ho percepito vividamente la fisicità del proiettile - che io avevo esploso - uscire dalla canna, bruciare l'aria e colpire il bersaglio per perforarlo, lasciandogli un buco. I “misteriosi” istanti trascorsi da quando avevo premuto il grilletto a quando avevo visto il foro sul bersaglio mi avevano preso a sberle, per poi sbattermi in faccia una realtà ovvia, ma di cui non mi ero mai reso veramente conto: i fucili servono per uccidere! La cruda meccanicità di un fucile rende quest'oggetto assolutamente privo di ipocrisia. Non serve né per difendersi né per attaccare; né per fare la guerra né la pace; né per fare una rapina né per sventarla. E non importa se chi lo usa è un terrorista, un mafioso, un padre di famiglia, un pazzo, un militare o uno delle forze dell'ordine. Chi preme un grilletto è una persona che sta usando una arma per togliere la vita a un'altra persona» (tratto da I Fucili servono per uccidere, sito web: (vedi sito). Un’altra testimonianza è di Mauro Armanino, missionario della Soc
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