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Meloni, Trump e il grande mercato delle armi

13/07/2026 · Article 🕐 🆕 😊
Prima l’Italia. Giorgia Meloni risponde delusa e amareggiata all’amico del cuore Donald Trump nel tentativo di recuperare un po’ di credibilità in patria, persino all’interno del suo governo dove impazza lo scontro tra il ministro dei conti Giorgetti e il ministro della guerra Crosetto sui soldi da destinare al riarmo. Per non parlare del sostegno militare all’Ucraina da cui quotidianamente il vicepremier Salvini prende le distanze. È in questo contesto che la presidente del consiglio italiano, l’amante tradita dal mancato Nobel per la pace, presenta il suo piano alla NATO che, su ordine del capo della Casa bianca, pretende dagli stati membri un impegno a spendere il 5% del Pil in armamenti che per l’Italia comporterebbe una spesa mostruosa di 500 miliardi. Noi ci siamo, dice, siamo virtuosi e abbiamo già raggiunto il 2,8% ma gli acquisti non li faremo negli USA bensì in casa. Washington può contare al massimo sul 10% della nostra spesa. Che coraggio Meloni, riesce a raccogliere il plauso di Renzi, Calenda e dei soliti geni guastatori del Pd, o almeno dei suoi membri che ancora non hanno dato il “ciaone” a Elly Schlein.   Mentre il vertice di Ankara dell’Alleanza atlantica si trasformava in un supermercato delle armi, con tanto di regalo di Erdogan ai capi di stato ospiti di una pistola con annessi proiettili, a Napoli la prima uscita del campo largo (Pd, M5S e AVS) si manifestava con un flop, poche persone in piazza e dure contestazioni prima dei disoccupati partenopei e poi di Potere al Popolo. I leader dell’opposizione hanno presentato la lista degli impegni, sanità e salario minimo in testa ma continuano a tacere sulle differenze, a partire dall’Ucraina e dalla politica estera, per proseguire con l’ipotesi di una tassa patrimoniale. A Strasburgo Pd e M5S votano in modo opposto sui finanziamenti a Kiev e a Napoli usano toni diversi nella critica alle politiche di riarmo.   Dunque, Meloni in buona compagnia conferma la scelta di aumentare a dismisura le spese per il riarmo, ben oltre la sua stessa volontà. Ad Ankara sbandiera l’aumento in un anno dello 0,8% del Pil nella spesa bellica, una percentuale farlocca perché raggiunta con un trucco contabile aggiungendo a droni, carri armati, navi, aerei, missili e bombe le spese per la sicurezza interna, per la Polizia, persino per il tfr dei militari. Comunque il dissanguamento dei conti pubblici spostando gli investimenti dal welfare alla guerra è già iniziato e registra una spesa diretta record di 33,9 miliardi per il 2026, con un aumento nel decennio del 45%. L’impegno programmato dal governo Meloni è di 130 miliardi in 15 anni. Contestualmente crescono i fatturati dell’industria bellica nazionale, Leonardo e Finmeccanica festeggiano insieme al ministro Crosetto e a Meloni che promettono nuove commesse. I ricavi di Leonardo in 4 anni dovrebbero passare dai 19 ai 30 miliardi e Crosetto in 3 anni ha varato 78 programmi di riarmo per complessivi 36 miliardi. A questo scopo la premier italiana non ha aderito al programma Purl che impegna gli alleati degli USA ad acquistare a Washington le armi da spedire a Zelensky, e qui sta una delle due o tre ragioni degli attacchi ripetuti e crescenti del mercante Trump a Giorgia Meloni. Una questione di armi e di soldi a cui si aggiunge l’incazzatura di The Donald per i (ben sparuti) limiti posti all’uso delle basi USA italiane per bombardare l’Iran e mezzo mondo. E c’è il sospetto che rifiutandosi di farsi fotografare con l’adorante Meloni, Trump abbia messo in campo la possibilità di cambiare cavallo in Italia, scegliendo il più fascista di tutto la cavalleria tricolore, il generale Vannacci. Ma Meloni non canta la canzone di Armando Trovajoli “C’eravamo tanto amati” perché in fondo al cuor non si comanda e ricorda a Trump che in fondo la pensano allo stesso modo su quasi tutto, per dirne una sulla deportazione razzista dei migranti. Il fatto è che nel mondo dei suprematisti le alleanze sono quanto mai fragili.   I dati sulla crescita della spesa italiana per il riarmo sono forniti da Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane. Oltre ai numeri che abbiamo riportato in questo articolo, l’osservatorio pacifista mette in guardia dalla totale assenza di trasparenza delle imprese belliche e del governo e denuncia la politica delle porte girevoli: a capo di Leonardo, Fincantieri e altre imprese belliche controllate da Palazzo Chigi sono stati messi generali e ammiragli, e si rasenta il conflitto d’interessi nel caso di Crosetto passato da presidente dei quella che possiamo chiamare Confindustria degli armamenti a ministro della difesa. Nota a margine, nel supermercato bellico di Ankara si è fatto vivo anche l’immanc
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