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Teheran gela l’intesa: «Prima le concessioni Usa»

09/08/2026 · NewsArticle 🕐 🆕
L’accordo parrebbbe vicino. La riapertura dello Stretto di Hormuz, molto meno. Mentre Iran e Oman stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli dell’intesa sulla navigazione, Teheran ha chiarito che chi pensava bastasse chiudere il negoziato con Muscat per vedere tornare petroliere e metaniere nello Stretto dovrà aspettare. «Quando l’America accetterà le condizioni dell’Iran, Hormuz riaprirà certamente», ha avvertito il portavoce dei Pasdaran Hossein Mohebi. Il dossier, insomma, non è più soltanto una trattativa sulle rotte commerciali: è diventato una delle principali leve con cui Teheran prova a negoziare con Washington. Sul piano tecnico, intanto, i progressi ci sono. Iran e Oman sono «molto vicini» a un accordo per una nuova rotta di navigazione, ha detto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Teheran non accetta più il precedente sistema di separazione dei flussi nello Stretto e le parti stanno discutendo un nuovo meccanismo temporaneo che consenta al traffico commerciale di ripartire. Anche Muscat parla di colloqui condotti in un’atmosfera «positiva e costruttiva». Washington mostra un cauto ottimismo. Il vicepresidente JD Vance ha spiegato che gli iraniani hanno assicurato agli Stati Uniti di non voler imporre pedaggi al transito e che l’aspettativa americana è chiara: dal Golfo dovranno tornare a uscire le stesse quantità di petrolio e gas di prima della guerra. Nel negoziato entrano lo sminamento dello Stretto e un impegno iraniano a non colpire le navi commerciali. Ma Vance ha accompagnato le aperture con un avvertimento: «Non ci fidiamo, verifichiamo». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, giudicheranno Teheran «dalle sue azioni, non dalle sue rassicurazioni». E proprio le azioni mostrano quanto fragile resti il dialogo. Nelle prime ore di ieri una nave della compagnia petrolifera emiratina Adnoc è stata colpita da un missile mentre attraversava Hormuz. Non ci sono stati feriti e la situazione è stata rapidamente riportata sotto controllo, ma l’attacco è arrivato mentre i diplomatici discutevano precisamente di come garantire alle navi un passaggio sicuro. L’Oman, senza indicare direttamente il responsabile, ha condannato i «ripetuti attacchi» e invitato tutte le parti ad astenersi da iniziative capaci di compromettere il negoziato. Teheran offre una lettura diversa. Il presidente Masoud Pezeshkian sostiene che siano stati gli Stati Uniti a violare il memorandum d’intesa concordato con l’Iran, che avrebbe previsto il rispetto delle linee guida elaborate insieme a Muscat. «Non hanno agito, quindi abbiamo reagito», ha detto. Lo stesso Pezeshkian ha però ricordato che sulla guerra il governo iraniano non ha l’ultima parola: le decisioni spettano ai comandanti militari e, in ultima istanza, alla Guida Suprema. Intanto il costo economico del blocco continua a crescere. Prima dello scoppio del conflitto l’Iraq esportava attraverso Hormuz circa 3,4 milioni di barili di petrolio al giorno. Oggi, secondo il ministro del Petrolio Bassem Mohammed Khudair, ne riesce a esportare soltanto tra 1,5 e 1,7 milioni. Un dimezzamento che restituisce meglio di qualsiasi dichiarazione il peso dello Stretto sull’economia regionale e mondiale. È qui che il negoziato tecnico con l’Oman incontra quello, molto più difficile, con Washington. Le rotte possono essere ridisegnate, le mine rimosse e le garanzie sulla navigazione concordate. Ma per i Pasdaran la riapertura resta subordinata alle condizioni politiche poste agli Stati Uniti. Per questo l’accordo può essere ormai a portata di mano senza che lo sia anche la soluzione della crisi.
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