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"I FANTASMI" DI EMMA DANTE, MARIO BANUSHI E ARTURO CIRILLO ALLA BIENNALE TEATRO. -di Nicola Arrigoni

26/07/2026 · Article 🕐 🆕
Se il teatro chiama a raccolta i morti e celebra la vitaI fantasmi di Emma Dante, Mario Banushi e Arturo Cirillo alla BiennaleNicola Arrigoni I festival li fanno gli artisti: con la loro sensibilità, le loro visioni, la loro presenza. A dirigere questo farsi è il curatore, o direttore artistico che dir si voglia, colui che dà forma a un pensiero e lo affida agli spettacoli e agli spettatori. Questo, come forse mai prima, è accaduto alla Biennale Teatro 2026, diretta da Willem Dafoe. Ed è accaduto soprattutto grazie ai due Leoni, Emma Dante e Mario Banushi, accomunati dal tema Alter Native, che ha segnato il percorso della rassegna appena conclusa. Quell'essere nati altrove è infatti il tratto distintivo di un racconto che Dante e Banushi hanno costruito, forse l'una all'insaputa dell'altro, anche se la stessa regista ha dichiarato: «Ho trovato una grande forza evocativa nei lavori di Banushi. Ad andare in scena nel suo teatro è la memoria, un tempo lontano, sono i fantasmi di un mondo fatto di ricordi e ferite». Ed è proprio questo che è accaduto alla Biennale Teatro 2026: i fantasmi hanno trovato corpo, chiamati e convocati dall'arte e dalla creatività. Emma Dante e I fantasmi di Basile È accaduto con Emma Dante e I fantasmi di Basile, omaggio al grande narratore che l'artista palermitana frequenta da anni e di cui ha presentato tre frammenti – La scortecata, Pupo di zucchero e Re Chicchinella – cuciti insieme da Carmine Maringola, sempre più bravo e capace di un'intensità fisica matura e convincente. «Ho sempre intercettato, nelle sue favole, qualcosa di reale e contemporaneo, qualcosa che ci appartiene – ha dichiarato la regista. – Mi piace, di Basile, la sua verità. Nonostante l'architettura straordinaria che costruisce attraverso il linguaggio, mantiene sempre qualcosa di profondamente realistico. Ne I fantasmi di Basile ci sono alcuni frammenti della nostra trilogia, che evocano i fantasmi protagonisti... Questi fantasmi, nel tempo, sono diventati miei parenti, alcuni molto intimi, altri più distanti, ma tutti parte della mia grande famiglia allargata. Certamente non sono personaggi facili: non sono educati, né troppo gentili o amabili. La maggior parte di loro è sola e disperata e, proprio per questo, profondamente amata da me».Rito, nostalgia, commozione. Già nel titolo della tavola rotonda dedicata all'artista – Emma Dante: essere umani nelle piaghe del tempo – è racchiuso il senso di un viaggio, di una ritualità dell'alterità che ha attraversato l'intera rassegna. L'affetto e l'abbraccio sincero di una comunità teatrale hanno restituito il clima di un festival fatto di intimità, racconti sussurrati all'orecchio, dolori quotidiani evocati con estrema dolcezza, ma senza indulgere in alcuna consolazione. «La fata non invitata alla festa», come Davide Iodice ha definito Emma Dante richiamando La bella addormentata, ha lanciato un sortilegio benefico: ha contribuito a risvegliare quel senso di comune appartenenza al mondo dei morti e dei ricordi che appartiene al teatro, luogo in cui i fantasmi prendono corpo e anima, alternativa a una realtà che proprio nella finzione rivela i suoi aspetti più nascosti. È ciò che Emma Dante fa da sempre: interroga la vita chiamando a sé i morti. Ed è ciò che, con una sorprendente corrispondenza di amorosi sensi, compie anche Mario Banushi nella costruzione delle sue epifanie della memoria. MARIO BANUSHI Romance Familiare Capitolo 1 RAGADA Tutto questo è espresso con chiarezza nel catalogo della Biennale Teatro, nella presentazione dei tre lavori in cartellone a Venezia: «Ragada, Goodbye, Lindita, Taverna Miresia sono i capitoli di un paesaggio della memoria che affonda le radici in riti e tradizioni ancestrali legati all'infanzia albanese di Banushi, un paesaggio affidato più che alle parole a immagini evocative sospese tra sogno e realtà, forti di una carica emotiva che trasforma temi intimi e personali – legami e affetti, senso della perdita, dolore, nostalgia – in poesia universale». Vale la pena sottolinearlo perché non colpisce soltanto ciò che Banushi racconta, ma il modo in cui lo racconta: una modalità narrativa perseguita con assoluta coerenza, che rivela una costruzione scenica potente e una sorprendente maturità artistica.Ragada è lo spettacolo d'esordio di Banushi, realizzato in un appartamento perché in Grecia, allora, nessun teatro volle ospitarlo. Oggi lo stesso Banushi è prodotto dal Teatro Nazionale Greco. Ragada significa «smagliatura», quelle cicatrici che il tempo non cancella. Lo spettacolo racconta della madre, emigrata dall'Albania in Grecia con il marito e i figli. Un tavolino, Banushi che imbocca una donna, la assiste, ne ricompone il corpo. Un'altra donna, con tacchi alti e look da vocalist, esce da un frigorifero cantando. Banushi prepara una sorta di maschera di pasta che applica sul volto della madre: l'immagine richiama immediatamente gli Amanti
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