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Guccini, il vento soffia ancora

11/08/2026 · Article 🕐 🆕
Quando da un Palazzetto stracolmo si alzava l'immancabile richiesta di cantare Dio è morto lui rispondeva "non me n'ero accorto". Pensava "a un mondo nuovo e a una speranza appena nata (...) in ciò che noi crediamo dio è risorto... nel mondo che faremo dio è risorto". Era il lontano 1967, la Rai miserabile l'aveva censurata, la Chiesa cattolica l'aveva fatta sua. Per un attimo, quando un anno dopo "scoppiava finalmente la rivolta...  con l'incoscienza dentro il basso ventre e alcuni audaci, in tasca L'Unità" (Eskimo) sogni e speranze ebbero la meglio sui "campi di sterminio" e "le auto prese a rate". Quel vento nuovo stava già cambiando direzione nel '78, rispetto a quando "portavo allora un eskimo innocente/ dettato solo dalla povertà". Francesco Guccini, il grande narratore, se n'è andato e noi siamo ancora qui a chiederci se dio sia mai esistito, se sia mai risorto. Con noi se lo chiedono tutte le generazioni successive, ancora lì con le domande di sempre sul senso della vita e sulla morte. "Vorrei sapere a che cosa è servito/ Vivere, amare, soffrire..." (Canzone per un'amica). Le domande di Guccini interrogano ancora i nostri nipoti che mezzo secolo dopo ci chiedono cosa mai fosse quell'eskimo che cantano come noi cantavamo. Ma se sentono la "Auschwitz" di ieri pensano alla Gaza di oggi, "ancora ci porta il vento". Il vento non si è ancora posato. Guccini romantico, triste, visionario, appassionatamente legato alle sue radici, all'Appennino tosco-emiliano, a Modena e, soprattutto, a Bologna, una città d'acqua e di musica, di Gianni Morandi e Lucio Dalla, poco distante quel Pierangelo Bertoli che dalla sua sedia a rotelle ci ricordava che "Il vento soffia ancora". E corre ancora La locomotiva scagliata dal macchinista ferroviere contro l'ingiustizia con "la stessa forza della dinamite". Guccini non era comunista, l'ha ripetuto più volte alle orecchie incredule di chi aveva accompagnato la sua formazione comunista con le canzoni del grande narratore. Era un po' socialista, un po' azionista, un po' anarchico, antistalinista sempre. A Giorgia Meloni che dice di amare le sue canzoni rispondeva "si vede che non ha capito niente". Era colto e al tempo stesso popolare, cultore della parola, ricercato nei testi delle canzoni e nei libri che cominciò a scrivere in tarda età, dopo aver appeso al chiodo la chitarra. Non ha mai pensato che con le canzoni si possano fare rivoluzioni, e ridendo di sé diceva ma chi me lo fa fare di stare qui a cantare, "godo molto di più nell'ubriacarmi oppure a masturbarmi o al limite a scopare" (L'avvelenata). Amava il vino, Guccini. Gli piaceva berlo con gli amici, gli piaceva cantarlo, parlarne persino. Una sera dei primi anni Ottanta a Verbania, dentro la Montedison occupatta dai suoi operai mi capitò di moderare un dibattito che più surreale e giocoso non si poteva. Titolo: "Il rapporto tra la Barbera e la lotta di classe", sul palco c'era lui e c'era Carlo Petrini detto Carlin, il fondatore prima del Gambero rosso versione manifesto e poi di Slow Food e Terra Madre. Sul tavolo una bottiglia magnum di Bricco dell'Uccellone, il top delle barbere con cui Francesco si sentiva più a suo agio che con il fiasco di Lambrusco. Nel piazzale della fabbrica centinaia di facce operaie con mogli e figli in un momento di svago dentro una durissima battaglia in difesa del posto di lavoro. Volti sorridenti, applausi per le poche cose serie e le tante cazzate sparate tra le note e un bicchiere, gratitudine per la solidarietà degli intellettuali. Al termine del dibattito surreale una lunghissima tavolata, operai, famiglie e noi ospiti. Avevo portato anche mia figlia piccolina ciondolante per la stanchezza. Intenerito, Guccini riprese la chitarra e le suonò la ninnananna finché la bambina si addormentò. E così potemmo cominciare a mangiare polenta con ragù di asino (già sento i commenti indispettiti per la povera vittima) e, ovviamente, Barbera. Mia figlia non ricorda quella storia, era piccolina, ma cantava e canta Guccini come fanno i suoi figli. Il testimone che il maestro dei sogni ci ha lasciato passa di mano generazione dopo generazione con affetto e solidarietà. Il vecchio e il bambino si preser per mano... "Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e negli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: 'Mi piaccion le fiabe, raccontane altre'". A 86 anni era stanco della vita. Fors'anche perché quel vento di Auschwitz non s'è mai fermato. Eppure, "S'io avessi previsto tutto questo, dati caus
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