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Perché ci sono guerre per cui non piangiamo?

10/08/2026 · Article 🕐 🆕 ⚠️
La fine della guerra fredda aveva fatto nascere la speranza che la guerra, il riarmo o i conflitti geopolitici lasciassero il posto a un «dividendo della pace». In effetti, tra il 1992 e il 2005 i conflitti violenti sono diminuiti del 40% a livello mondiale1. Le crescenti tensioni geopolitiche tra gli attori occidentali in crisi e quelli di un Sud del mondo emergente, l’impatto sociale e globale della pandemia di COVID-19, insieme ad altri fattori quali il crescente malcontento sociale e l’ascesa ai principali centri di potere di leader istrionici e destabilizzanti, come Donald Trump negli Stati Uniti, hanno ribaltato questa aspettativa. Dividendo della pace L’espressione “dividendo della pace” fu resa popolare dal presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush dopo il crollo del muro di Berlino (1989) e lo scioglimento del Patto di Varsavia (1991). Indicava i benefici economici e sociali derivanti da una riduzione della spesa per la difesa. Guerre che nessuno vede in un mondo in guerra I numeri parlano da soli: nel 2024 sono stati registrati 61 conflitti armati in 36 Paesi, la cifra più alta dalla Seconda guerra mondiale. Questa realtà illustra un mondo non solo più violento, ma anche più frammentato e instabile2. Come sottolineano gli esperti, i conflitti armati degli ultimi tre decenni sono scenari complessi: predomina l’interazione tra attori di ogni tipo (statali e non statali) e, sebbene molti siano di natura interna, le dinamiche che alimentano la violenza hanno una componente profondamente transnazionale, il che rende estremamente complesso comprenderla e risolverla. Ma non tutti i conflitti armati generano uguale preoccupazione, né attirano la stessa attenzione di media e istituzioni. Ogni anno il Consiglio norvegese per i rifugiati (Norwegian Refugee Council, NRC) pubblica un rapporto volto a richiamare l’attenzione su quelle situazioni che, nonostante la loro gravità, rimangono sistematicamente escluse dall’attenzione internazionale. Come le precedenti, l’edizione 20243 classifica le dieci crisi dei profughi più dimenticate del pianeta (Tab. 1), tenendo conto di tre dimensioni: la mancanza di volontà politica internazionale, una copertura mediatica scarsa o inesistente e significative carenze nella mobilitazione di risorse per soddisfare i bisogni umanitari. La metodologia utilizzata dal NRC è particolarmente utile per misurare il grado di oblio di queste crisi, combinando tre indicatori per generare una classifica aggregata: livello di impegno politico internazionale, misurato dalla presenza di inviati speciali, risoluzioni internazionali, messaggi diplomatici o iniziative multilaterali; copertura mediatica, valutata tramite sistemi di monitoraggio digitale che mettono a confronto il numero di menzioni di ciascuna crisi con il numero di sfollati; livello di finanziamenti umanitari effettivamente mobilitati in relazione ai piani di risposta definiti dalle agenzie umanitarie. Questo sistema di indicatori consente di individuare l’esistenza di conflitti assai complessi, talvolta molto prolungati nel tempo e di grande letalità, che colpiscono principalmente la popolazione civile e in particolare le ragazze e le donne, e non ricevono praticamente alcuna attenzione a livello internazionale. Un elemento centrale che sottolinea la natura strutturale dell’oblio è lo spaventoso deficit di finanziamenti umanitari: oltre 25 miliardi di dollari separano i bisogni individuati dai piani di risposta umanitaria dai contributi effettivi dei donatori, che equivalgono – sottolinea il NRC – all’importo «che il mondo spende per la difesa ogni tre o quattro giorni». Il deficit finanziario è accompagnato da un’assenza quasi totale di copertura mediatica. Secondo l’analisi del NRC, diversi casi (come Camerun, Mali, Uganda, Iran o Mozambico) registrano un punteggio pari a 0 su 30 in termini di copertura mediatica complessiva. Questa invisibilità informativa rafforza una gerarchia implicita della sofferenza: le crisi che non compaiono nei titoli dei giornali internazionali non mobilitano né risorse né decisioni politiche, e la mancanza di copertura mediatica funge da catalizzatore dell’indifferenza istituzionale. A titolo di confronto, la crisi in Ucraina ha generato quasi mezzo milione di menzioni nei media internazionali nel corso di un anno, mentre il Camerun, primo nella lista delle crisi dimenticate nel 2024, non ha superato le 30mila. Questo contrasto è centrale nella tesi avanzata dal NRC: l’oblio non è un incidente inevitabile né una conseguenza naturale della complessità globale, ma una scelta politica. L’esempio dell’Ucraina dimostra che, quando c’è la volontà, è possibile articolare risposte rapide, aumentare i finanziamenti e generare un’intensa copertura mediatica. Ciò non significa delegittimare l’attenzione riservata a questa crisi, ma chiedersi perché di
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