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Ora i rimpatri non sono più una parolaccia. La Meloni lo ha spiegato a Sanchez: non è tabù far rientrare i clandestini
I migranti clandestini ve li tenete voi, deve aver detto Giorgia Meloni prima di decidere sulla sospensione di Schengen con la Spagna. E Sanchez ha fatto pure l’arrabbiato, anche se si è dovuto arrendere alla logica del rimpatrio: Ceuta è stata davvero una catastrofe. Anche gli ammiratori italiani del premier spagnolo - che fingono di non vedere i morti in mare nella triste occasione - devono in realtà prendere atto che i rimpatri dei clandestini non sono più una parolaccia. Anzi, stanno tornando a essere trattati per quello che sono da sempre: uno strumento legale, necessario e normale di qualsiasi Stato che voglia mantenere il controllo dei propri confini. Che è il minimo sindacale. Per troppi anni, in certi ambienti politici e mediatici, parlare di rimpatri efficaci era quasi considerato “di destra estrema” o “disumano”. Bastava dire la parola e scattava l’accusa di razzismo o di “retorica da propaganda”. Oggi, dopo immagini come quelle di Ceuta (e dopo anni di arrivi massicci, costi sociali evidenti e difficoltà di integrazione), anche i governi di sinistra o centro-sinistra si ritrovano costretti a praticarli e a rivendicarli. Non male. Sánchez, di fronte al collasso, ha accelerato i rientri e ha parlato di “rimpatri quanto prima”. Non è un caso isolato. La realtà è facile da descrivere, anche per chi è abituato al pugno chiuso. Entrare e restare illegalmente non è un diritto. Lo Stato ha il dovere di far rispettare le regole. Senza rimpatri credibili, qualsiasi politica di controllo dei confini diventa finta. Meloni e il suo governo hanno tenuto questa linea con coerenza da anni. Ora che la pressione dei fatti (e dell’opinione pubblica) la rende meno tabù, molti di quelli che prima la demonizzavano si trovano a usarla o a tollerarla. È un cambiamento di clima, non un’invenzione. Il che è assolutamente soddisfacente. Sánchez ha dovuto agire in gran principalmente perché la situazione a Ceuta era insostenibile: città di 85.000 abitanti invasa da 50-60.000 persone in poche ore, collasso dei servizi, negozi chiusi, gente per strada, morti, pressione dell’opinione pubblica locale e nazionale, e rischio di caos prolungato. Il governo spagnolo aveva già un accordo di cooperazione con il Marocco sui rimpatri e, di fronte a un’emergenza di quella portata, i rientri massicci (in gran parte volontari all’inizio, poi coordinati) erano l’unica via realistica per riprendere il controllo. Nessun premier, di destra o di sinistra, può lasciare un’enclave europea in quello stato senza reagire. Ma non lo dite a Elly Schlein. In questo si inserisce la fermezza di Giorgia Meloni. La premier italiana ha accelerato e irrigidito la risposta. Ha trasformato una crisi “interna” spagnola in una questione europea ad alta visibilità, con pressione diplomatica diretta, critiche pubbliche e il rischio di isolamento. Senza quella spinta esterna, Sánchez avrebbe probabilmente gestito i rimpatri in modo più graduale, con più cautela politica e meno enfasi pubblica, cercando di evitare di apparire “duro” verso i migranti e di non irritare troppo certi settori del suo elettorato e dei suoi alleati. Le critiche della sinistra nostrana e dell’opposizione in generale su questo punto suonano pretestuose per vari motivi. Paiono ignorare e senz’altro minimizzano la gravità oggettiva di ciò che è successo a Ceuta. Si concentrano sul “quando” e sul “simbolismo” della misura italiana, dimenticando che il diritto di reintrodurre controlli temporanei esiste proprio per situazioni di questo tipo e che molti altri Paesi europei lo hanno già usato in passato per motivi migratori o di sicurezza. Usano i numeri storici degli arrivi in Italia - sottovalutando come il nostro paese sia preso di mira dagli scafisti - come argomento per dire “voi non potete parlare”, ma questo non cancella il fatto che un collasso confinario in un’altra enclave europea resta un problema di sicurezza comune. Presentano la difesa dei confini come “strumentalizzazione elettorale”, mentre la difesa dei confini è una funzione primaria dello Stato, non un optional ideologico. Tornate sobri, verrebbe da dire. Di fronte a immagini di migliaia di persone che forzano un confine europeo, pretendere che l’Italia stesse zitta sarebbe stato più pretestuoso ancora. L’immigrazione clandestina fuori controllo è una minaccia concreta ai confini europei. E uno Stato sovrano ha il diritto (e il dovere) di proteggere i propri cittadini da possibili flussi secondari.
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