lazioeventi.com
Common Ground
Fino al 6 giugno Matèria ospita Common Ground, un progetto speciale ideato in occasione della quarta edizione di Contemporanea – Roma Gallery Weekend, che riunisce le opere di José Angelino, Fabio Barile e Stefano Canto.
Concepito come un intervento mirato e temporalmente circoscritto all’interno del programma della galleria, Common Ground si configura come una mostra a formato breve sviluppata per il Gallery Weekend della Capitale. In questo senso, Common Ground rappresenta un’occasione per attivare dinamiche agili e progettuali, aprendo uno spazio di confronto che si sviluppa in parallelo al programma annuale della galleria.
La mostra prende il titolo dall’idea di una base condivisa da cui si sviluppano tre pratiche artistiche distinte, intesa come punto di partenza per un dialogo, e riunisce tre artisti mid-career con base a Roma, diversi per linguaggio e approccio, ma uniti da un ampio spettro di interessi che nel tempo ha generato momenti di prossimità e scambio. Il progetto riflette inoltre l’evoluzione del rapporto tra la galleria e gli artisti: Stefano Canto e Fabio Barile sono da lungo tempo rappresentati da Matèria, le cui pratiche la galleria ha accompagnato e sviluppato nel tempo, mentre Common Ground segna l’inizio di una nuova collaborazione con José Angelino.
Common Ground si configura come un puro spazio di coesistenza. Il progetto presenta tre recenti nuclei di lavori, ciascuno dei quali occupa lo spazio in modo autonomo pur rimanendo aperto al dialogo. Scultura, installazione e fotografia si sviluppano in parallelo, tracciando percorsi distinti, talvolta convergenti, attorno a questioni legate alla struttura, alla percezione e alla relazione tra sistemi naturali e costruiti.
In modi differenti, le pratiche di Angelino, Barile e Canto si confrontano con la tensione tra ordine e imprevedibilità, tra l’impulso umano a definire e la complessità intrinseca dei fenomeni osservati. Attraverso processi materiali, interventi nello spazio e indagini sull’immagine, le loro opere restituiscono una negoziazione costante tra controllo e contingenza; un tentativo di abitare, piuttosto che risolvere, questa dinamica.
Per l’occasione, l’intervento di José Angelino si articola in un’installazione cinetica, dal titolo Bisogna immaginare Sisifo felice, composta da alcuni piatti sospesi che ruotano in equilibrio su sottili aste metalliche, mossi dal flusso continuo di una ventola per aeromodelli. Questa serie di opere nasce da una riflessione sul mito di Sisifo - condannato a spingere eternamente un masso fino alla cima della montagna, destinato ogni volta a ricadere - reinterpretato attraverso il pensiero di Albert Camus. In questa lettura, Sisifo non è soltanto allegoria della condanna, ma figura dell’esistenza contemporanea: una condizione sospesa tra ripetizione, equilibrio e persistenza, costruita spesso su azioni reiterate il cui significato non risiede nel compimento, ma nella loro stessa continuità. Come nel pensiero di Camus, anche in Bisogna immaginare Sisifo felice il senso non si trova nel raggiungimento di uno scopo, ma nell’abitare il movimento stesso. L’opera non mette in scena il fallimento, bensì una condizione esistenziale in cui precarietà ed equilibrio coincidono e si sostengono reciprocamente.
Fabio Barile presenta in anteprima una selezione di nuovi lavori, esito di un lungo processo di sperimentazione, che indagano il rapporto tra fotografia e pittura attraverso l’uso del banco ottico - strumento centrale nella sua pratica - un dispositivo che impone una visione capovolta della realtà e innesca un progressivo processo di astrazione. La macchina di grande formato introduce una temporalità dilatata e una pratica necessariamente consapevole, spostando l’attenzione dall’atto dello scatto alla costruzione dello sguardo. In questa condizione, i soggetti tendono a dissolversi in configurazioni formali e l’immagine emerge come risultato di un processo, più che come semplice registrazione di un istante. La ricerca si sviluppa lungo due direttrici. La prima si concentra sul volet dei portanegativi, isolando il gesto del suo trascinamento - l’azione che espone la pellicola alla luce - e sottraendolo alla sua funzione esclusivamente tecnica. Uno dei momenti più delicati della pratica del grande formato viene così reinterpretato in chiave pittorica: il movimento genera direttamente l’immagine e il gesto fisico del fotografo ne diventa parte costitutiva. La seconda direttrice assume il fondale dello studio come superficie attiva e spazio di costruzione dell’immagine. Tradizionalmente concepito come elemento neutro su cui i soggetti prendono forma, il fondale si trasforma qui in un campo operativo, luogo di intervento e articolazione visiva. In questo slittamento, lo spazio smette di essere semplice supporto per diventare struttura compositiva, mentre il confine tra sfondo, gesto pittorico e immagine fotografica si fa progressivamente instabile.
Stefano Canto amplia la ricerca svil
Leggi l'articolo su lazioeventi.com