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"AMARGA NAVIDAD" scritto e diretto da PEDRO ALMODOVAR. -di Attilio Moro

21/07/2026 · Article 🕐 🆕
AMARGA NAVIDADscritto e diretto da Pedro AlmodovarCon Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sanchez, Victoria Luengo, Patrick Criado, Milena Smit, Quim Gutierrez Questo Amarga Navidad è un gran bel film. Per universalità e modernità dei temi, per i sentimenti sommessi, delicati, per il garbo dello stile, raccolto e senza più tracce di sfrontatezza. E per l’andatura, direi, di sinfonia in tonalità minore, del racconto: enunciazione dei temi nella ouverture, loro ripresa e intreccio nei successivi movimenti, fino alla sorpendente variazione di chiusura. Il film narra l’intreccio di due storie parallele, riflesse l’una nell’altra. La prima è quella di Elsa, una regista di spot pubblicitari, che si innamora di un pompiere-spogliarellista (doppio lavoro per mantenere il padre malato), una storia che dura poco, come tutto ciò che è puro, bello e fuori degli schemi. Ma anche per il soffocante egocentrismo di Elsa, che vive i suoi amori e le sue amicizie come reservoir a cui attingere come un vampiro per tener viva una vena artistica inaridita. La seconda è quella di Raul, regista in crisi di ispirazione, che fa di Elsa l’ipotetico personaggio del film che non riesce a creare. Elsa diventa così personaggio duplice, che vive in un gioco di specchi tra una evanescente realtà e una altrettanto evanescente finzione. Il film mescola in un bel pastiche barocco e molto spagnolo i sentimenti fondamentali dell’esistenza umana, il dolore, l’amore, la morte. Nel contesto di una società bloccata, che si avvita su se’ stessa, una waste land in cui rimane ben poco da raccontare. E c’è , naturalmente, la referenza autobiografica: Raul (come Elsa) non ha più nulla da dire, e lo sa, ma è condannato a dire, non per ragioni mercantili (rifiuta 200 mila euro del Quatar) ma per puro istinto di sopravvivenza. Deve dire e, ancora una volta (è l’ultima?) dice. Impadronendosi, di nuovo come Elsa, della vita di chi gli sta accanto per costruire le storie che non riesce più a creare. E che non riesce a concluderle. Raul si chiude in un labirinto dal quale esce soltanto quando riesce a guardare con occhi nuovi il suo amico e la sua stretta collaboratrice e scopre che la soluzione che cercava era lì, a portata di mano, ma la routine quotidiana e una onanistica introspezione gliela aveva occultata. Ma la soluzione, lo ‘scioglimento’ ora intravisto è soltanto ipotetico e provvisorio, rimanendo aperto a ogni possibile sviluppo: le storie conchiuse, a lieta o triste fine, appartengono al passato. E allora ci si aggira nei meandri del racconto, Musil, Proust.... in acque incerte tra tra realtà e finzione, tra vita e sogno, come Calderon, che sarà stato, immagino, l’Almodovar del suo tempo. Magistrale, come sempre nei film di Almodovar, l’uso dei colori: corposi, compatti, puro Van Gogh. Attilio Moro
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