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La legge elettorale serve all'Italia. Perché è così che si evita la palude dei governi tecnici
Difficile capire quale diavoletto si sia infilato nelle teste dei capi della sinistra. Strepitano, sbraitano, dicono di tutto ma a parole la nuova legge elettorale non la vogliono. Nei fatti fanno l’occhiolino alla maggioranza perché sperano che sia il centrodestra a fare il lavoro sporco. E usano gli argomenti più strambi. Ad esempio, la cosa più facile da dire, di fronte ad una proposta sulla legge elettorale, è che agli italiani non interessa. Già, dobbiamo appassionarci alla Flotilla… Eppure basterebbe uno sguardo ai social anche su una delle questioni più sentite dal popolo, come dimostra, sul tema delle preferenze, una valanga di post. Qui il gioco è scoperto: alcuni partiti le vogliono o dicono di rivolerle mentre altri le osteggiano apertamente. Il Pd, ad esempio, non le vuole perché pretende liste a misura di Schlein, ma finge di battersi per il loro ripristino augurandosi che FdI vada avanti da sola senza trovare alleati disponibili a restituirle al popolo. Mamma che giochi. Chi è contrario alla reintroduzione del diritto di scelta popolare di deputati e senatori sottovaluta quei milioni di cittadini che potrebbero essere tentati dalla diserzione delle urne senza poter ancora scegliere i propri parlamentari. E poi davvero non si spiega tanta ostilità. Mica è vero che con l’attuale sistema di nomina degli onorevoli, questi restino così fedeli a chi li ha portati alla Camera o al Senato. È la transumanza di questa legislatura a testimoniare che il premio fedeltà non alberga nei palazzi della politica. Alla prima occasione buona per pescare il jolly della rielezione il cambio di casacca è assicurato. Più seria, magari, è la discussione sul premio di maggioranza, che non è però una invenzione del centrodestra. È l’Italia ad aver svoltato da decenni verso il sistema elettorale maggioritario, che per sua natura assegna più seggi di quelli che conquista a chi vince le elezioni. Accade anche nei Comuni e nelle Regioni e persino - guarda un po' - nel Parlamento della Repubblica. Il “premio” è passato indenne come principio - magari diverso nelle forme - attraverso le più varie leggi elettorali. Ora si grida Meloni golpista con megafoni scassati. Se non si garantiscono seggi in più ai vincitori della battaglia elettorale, è evidente ciò che succede, con ancora più facilità rispetto al recente passato: si va al pareggio, alla palude, ai governi tecnici. L’opposizione cerca questo? Vuol tornare al tempo di Monti, Draghi e compagnia per governare anche perdendo nelle urne? Perché questo è il sospetto che viene se la sinistra nemmeno si siede al tavolo per scrivere assieme la legge elettorale come ha proposto la maggioranza di centrodestra. Poi, c’è la topica finale, quella sui tempi scelti per la discussione del tema. Veramente sono davvero passati tanti mesi da quando la maggioranza ha posto la questione rispetto alla legge vigente, che alle condizioni politiche esistenti rischia di portare proprio al pareggio tra Camera e Senato e quindi alla palude tecnocratica. Ma non è comunque vero che siamo a fine legislatura, per l’elementare ragione che al voto di autunno 2027 manca ancora un anno e mezzo, ed è questo il tempo giusto per organizzarsi e non contravvenire alle regole europee. Quindi è ora che bisogna accordarsi e darsi la classica mossa. Sono semplici le domande a cui rispondere, anche da parte dell’opposizione: si vuole o no che la sera del voto si sappia chi ha vinto per formare il governo? Volete o no che i cittadini scelgano nelle urne deputati e senatori che dovranno rappresentarli nella legislatura che si apre? La risposta peggiore sarebbe l’ostruzionismo parlamentare, perché davvero rappresenterebbe la consacrazione di un sistema di potere che si vuole perpetuare: governare perdendo. La sinistra dovrebbe avere buona memoria e ricordare che col governo Renzi sì arrivò persino a mettere il voto di fiducia sulla legge elettorale: e ora fanno prediche al centrodestra sulla democrazia? Sarebbe davvero insensato bloccare il tentativo di riforma. Stabilità e consenso vanno di pari passo. E non si può continuare a pretendere di fregare di vota tentando di sfruttare le norme per nuovi esperimenti tecnici sulla pelle degli elettori e frodando i cittadini con gli eletti da scegliere e non più nominarli. La maggioranza della Meloni ha comunque i numeri per superare gli ostacoli, ma vuole che si ragioni senza prove muscolari. Sta all’opposizione dimostrare maturità. A meno che non vogliano persino evitare quella norma che punta a indicare il candidato premier di ogni schieramento: a sinistra hanno paura per le loro primarie?
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