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POLIS TEATRO FESTIVAL. UNA VETRINA FRA BALTICO E SCANDINAVIA. -di Nicola Arrigoni
Tra città e città… voci dal Nord Europa in cerca di comunitàPolis Teatro festival una vetrina fra Baltico e Scandinaviadi Nicola Arrigoni «Tra città e città / dopo il muro l’abisso / vento sulle spalle la mano / estranea sulla carne solitaria / l’angelo lo sento ancora / ma non ha più altra faccia che / la tua che non conosco». Così Heiner Müller ne L’angelo senza fortuna 2, nella raccolta L’invenzione del silenzio. Poesie, testi materiali dopo l’Ottantanove (Ubulibri, 1995).Perché iniziare da Müller? Non solo perché ErosAntEros, all’interno di Polis Teatro Festival, ha portato in scena Materiali per Medea dell’autore tedesco, trasformato in melologo per voce e corpo da una conturbante Agata Tomšič, ma soprattutto perché il pensiero di Walter Benjamin e il suo Angelus Novus — quell’angelo della storia che, sospinto dal vento del progresso, volta le spalle al futuro per osservare le macerie lasciate dietro il suo passaggio — intessono la riflessione geopolitica ed estetica della nona edizione del festival. Tema: Nordic Focus, ovvero una monografia sulla drammaturgia dei Paesi baltici e scandinavi. Je suisse, di Collettivo Treppenwitz. Foto Dario Bonazza Greta Thunberg e un orso compaiono nel disegno che fa da locandina al festival, realizzato da Gianluca Costantini. E quell’orso richiama Je suisse (or not) di Collettivo Treppenwitz, performance per due spettatori alla volta, dove Camilla Parini, indossando un costume da orso polare e con l’aiuto di un album fotografico, sfoglia insieme agli spettatori ricordi e concetti di famiglia, appartenenza identitaria e memoria. Ciò che emerge è il sentirsi sempre stranieri, il non appartenersi, un senso di spaesamento e perdita di orizzonti certi che neppure le fotografie di famiglia possono lenire.E se l’attrice col costume da orso va cercando sé stessa e racconta una condizione di neutralità esistenziale e identitaria, la Medea di Müller è la straniera, è colei che tutto ha sacrificato al proprio uomo e che si ritrova abbandonata, estranea al mondo che ha scelto e non più parte del mondo che l’ha generata e nutrita. È la condizione del migrante, dei popoli senza più terra. L’attrice, sostenuta dalle musiche di Matevž Kolenc, costruisce una partitura fisico-vocale che non concede tregua, che urla la condanna del margine, dell’esclusione, del tradimento. Agata Tomšič fa di tutto questo un canto feroce, un affacciarsi su un Oriente lontano e magico, dorato e misterioso, che frequenta l’abisso. Radvila Darius. Foto Dario Bonazza Ed è quello stesso muro la cui caduta svela all’Occidente un altro mondo, getta l’Est nelle braccia dell’Ovest, sedotto e insieme a rischio di abbandono. È potente e poetico al tempo stesso Radvila Darius, figlio di Vytautas, dialogo tra musica dal vivo eseguita da quattro musicisti e frammenti video provenienti dagli archivi della Radio e Televisione Lituana. Il lavoro di Karolis Kaupinis documenta, attraverso spezzoni di trasmissioni televisive degli anni successivi alla caduta del muro, il disorientamento di un Paese, la ricerca di una nuova narrazione identitaria e, insieme, la seduzione esercitata dai modelli occidentali. Ma racconta anche l’acquisizione precoce delle falle del sistema capitalista — aumento dei prezzi e inflazione — che costringono la popolazione a dividersi fra sogni di benessere e qualche rimpianto per il passato recente.Fra tenerezza e memoria, l’installazione video-musicale racconta il sogno europeo, la fame d’Occidente dei Paesi baltici, ma anche una certa disillusione: l’ingresso in Europa, da traguardo, si è trasformato in una sorta di parcheggio, in attesa di essere accolti pienamente nella comunità. È questa la considerazione, fra le righe, espressa da Kaupinis nel corso della tavola rotonda dal tema Vivere l’Europa a Nord e a Est: incognite e opportunità, aperta dall’ambasciatrice della Lituania in Italia, Dalia Kreivienė, che ha ben espresso l’importanza del teatro come luogo di elaborazione del pensiero e delle utopie.Perché, alla fine, è proprio questo l’aspetto del teatro che anima l’azione programmatica ed estetica di Davide Sacco e Agata Tomšič di ErosAntEros: immaginare che da Ravenna, città che guarda a Oriente, si possa realizzare un ponte di culture ed estetiche capace di raccontare la vecchia Europa, tanto bistrattata quanto viva, e destinata ad avere senso solo nella propria vocazione alla diversità, agli intrecci di sguardi, alle comunità e ai popoli delle città che si aprono alla conoscenza reciproca.Ed è questo che fa Polis Teatro Festival, ospitando artisti e lavori in fieri, come nel caso di Siim Tõniste, performer e danzatore che, dopo una residenza presso gli spazi del MAR - Museo d'Arte della Città di Ravenna, ha coinvolto diversi gruppi di studenti ravennati attraverso workshop dedicati — con il Liceo Artistico, LM I-Contact e Spotted Ravenna — per poi condividere con il pubblico Tivoli, esito di questa fase di lavoro, grazie al supporto del bando EFFEA promosso dalla European Festivals A
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