SBLOB
www.vocedeiberici.it

La Voce dei Berici

06/07/2026 · NewsArticle 🕐 🆕 🇮🇹 😊
Uno spettacolo di teatro- canzone, un album in uscita a ottobre e un tour che andrà anche oltre confine. Così Luca Bassanese ha scelto di raccontare la sua “Tèra”, e di farlo in dialetto veneto. Presentato nelle ultime settimane a Dueville e a Vicenza, ha mosso i suoi primi passi questo nuovo progetto artistico del cantautore vicentino. Luca Bassanese, perché un lavoro in dialetto? «Tutto è iniziato suonando un vecchio pianoforte dei primi del ’900 all’interno della casa-molino di famiglia, a Vicenza. Un luogo del cuore. Penso sia stato il sentimento custodito tra le mura, il suono che ritorna della voce di mia madre e di mia nonna, che hanno fatto nascere in me il primo brano. Poi “Tèra” è arrivato quasi per magia dall’esigenza di trasformare la lingua veneta da memoria privata a linguaggio artistico contemporaneo, vivo, capace di emozionare anche chi non la parla. Lingua che diventa ponte tra generazioni e culture diverse. E forse è il momento giusto per farlo. Perché in un’epoca in cui tutto corre veloce, ritrovare la propria voce più autentica diventa anche un modo per ritrovare la propria casa». Una casa in cui ci sono radici, e lo sguardo di tua madre. «Dentro quelle parole non ritrovo soltanto un lessico, ma una presenza umana che risveglia la mia memoria emotiva. Ritrovo il modo in cui mia madre chiamava le cose, le intre flessioni della voce, certi silenzi, certe espressioni che nessuna traduzione riesce davvero a contenere. Perché è come uno sguardo sul mondo fatto di cura, dignità, fatica e amore. “Tèra” nasce anche da questo: dal desiderio di trasformare una memoria personale in un’emozione condivisa». Cosa rappresenta il dialetto per te? «Per molti anni il dialetto è stato considerato qualcosa da nascondere, legato al passato o alla dimensione familiare. La scuola ci insegnava che solo la lingua italiana era sinonimo di cultura. Oggi parlare in veneto è quasi un atto d'amore perché in quelle parole c’è la nostra storia fatta di contadini, pescatori, operai, industriali e migranti. Durante la scrittura delle canzoni scoprivo che per me il dialetto è una casa emotiva prima ancora che una lingua. È il luogo dove le parole conservano il suono delle persone che mi hanno cresciuto, dei paesi, delle cucine, del lavoro, delle feste, delle partenze e dei ritorni. Il dialetto è una memoria che respira nel presente e si trasforma in sentimento condiviso». Oggi sempre meno giovani lo parlano: cosa stiamo perdendo? «Stiamo perdendo molto più di un insieme di parole. Quando una lingua si spegne, si indebolisce anche il modo unico in cui una comunità guarda il mondo, racconta le emozioni, tramanda la memoria e costruisce relazioni. Perdere tutto questo significa perdere sfumature di umanità. “Tèra” non vuole conservare il veneto sotto una teca, come oggetto del passato. Vuole riportarlo dentro il presente, perché una lingua continua a vivere solo quando riesce ancora a parlare anche alle nuove generazioni». Cosa che riesce a fare molto bene il napoletano «Il napoletano ha avuto, nel tempo, una straordinaria capacità di trasformarsi in immaginario collettivo. La musica, il teatro, il cinema e la televisione hanno reso quella lingua riconoscibile e affascinante ben oltre il territorio d’origine. Il veneto ha avuto una storia diversa. Pur diffusissima, culturalmente è rimasta più legata alla dimensione privata, familiare e quotidiana, o al teatro classico della splendida Commedia dell’Arte. Il Veneto, poi, ha spesso raccontato sé stesso attraverso il lavoro e la concretezza; meno attraverso una narrazione spettacolare. La vera sfida non è imitare altri modelli, ma trovare una nostra voce autentica». Cosa ci racconta “Tèra”? «Parla di appartenenza, memoria, viaggio e identità. Racconta una terra fatta di mare, laghi, campagne e montagne, ma soprattutto racconta le persone che quella terra l’hanno abitata, lasciata, sognata e portata nel mondo attraverso la lingua, il lavoro e la musica. Dentro il progetto convivono storie intime e collettive: l’emigrazione veneta, il rapporto con le proprie radici, il senso della casa, la trasformazione del paesaggio umano e culturale, il bisogno contemporaneo di ritrovare autenticità in un mondo sempre più veloce e uniforme. Grazie anche al mio coautore Stefano Florio, lo spettacolo dà corpo, immagini e respiro teatrale a quell’universo; l’album ne custodisce l’anima musicale e poetica. Le due forme non si contraddicono: si completano». Cos'è per te la musica? «Un modo di entrare in relazione con gli altri, non come intrattenimento superficiale ma come spazio umano dove emozioni, pensieri e storie possono diventare condivisi. Una canzone può farci sentire meno soli, può accendere domande, custodire memoria, creare vicinanza tra persone molto diverse tra loro. Nelle mie canzoni ho sempre parlato di valori come dignità, gentilezza, attenzione verso gli ultimi, rispetto per persone e territori. Oggi c’è un gran bisogno di autenticità. Viviamo immersi in una comunicazi
Leggi l'articolo su www.vocedeiberici.it
Pagina non trovata - SBLOB.IT
SBLOB

404

Pagina non trovata.

Torna alla home